E’ una parola che mi piace molto quando si parla di scrittura.
Il caso Carver-Lish ci dà l’opportunità di riflettere su alcune questioni fondamentali che riguardano la pratica dell’editing. Ho sempre pensato che ogni riscrittura coinvolga le nostre strutture di giudizio e che sia tutt’altro che una “pratica”. Piuttosto una forma non confessa di ideologia letteraria. Quante volte sentiamo ripetere che un editor è una specie di super-lettore che si pone all’ascolto del testo per poi calarsi dentro la sala macchine? Già ma con quali attrezzature e quali obiettivi ci mettiamo al lavoro? Anche quando parliamo di editing parliamo di letteratura e dunque dovremmo parlare di responsabilità, di posizionamento, di orientamento dello sguardo.
Benedetta Centovalli
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Tags: editing, gordon lish, raymond carver, responsabilità, scrittura
Luglio 9, 2009 a 8:11 pm
Non mi intendo molto di editing, ma per certi versi mi pare presenti problemi simili a quelli che si trova ad affrontare un interprete, o un regista. Accostarsi all’opera di un altra persona, per me, è molto emozionante. Credo anch’io che non si possa elaborare una specie di “protocollo” da seguire o una specie di ricetta del successo. O forse si può, ma come esperienza, dal punto di vista umano dico, mi sembra molto meno interessante.
Coltivare l’apertura necessaria a cercare di capire il punto di vista di un altra persona, essere disposti a spostarsi per un poco dal proprio baricentro, secondo me, ci aiuta a conoscere la vita. Questa specie di equilibrismo interiore mi pare necessaria nel momento in cui, per lavoro, si frequentano le opere dello spirito altrui.